giovedì 16 aprile 2015

04 - Leadership ed emozioni (versione integrale)

Leadership ed emozioni (versione integrale)
Articolo pubblicato  (in versione breve), sul numero 249 della rivista "Nuova Atletica"
www.nuovatletica.it/rivista/news.php

Che nesso c’è tra le emozioni e la leadership efficace? E’ possibile guidare se stessi e gli altri, pensando di ignorare le dinamiche interne dell’anima ?
In questo articolo parleremo di come le emozioni siano una componente basilare dell'individuo e quindi della relazione tra persone, nello specifico tra leader/follower.

“La maggior parte della pubblicità non fa tanto appello alla ragione quanto all'emozione.” 
Erich Fromm (psicoanalista e sociologo)

1.
Nell’articolo precedente abbiamo discusso di obiettivi. Abbiamo analizzato come la capacità di saperli porre e di perseguirli assieme ad altre persone, é quella che distingue un leader, un allenatore/coach efficace da tutti gli altri.

Abbiamo visto come gli obiettivi non appartengono solo ai collaboratori, ma anche a tutta la squadra, leader/coach incluso, e che non basta comunicarli e poi disinteressarsene. Inoltre, é rilevante rammentare che é il leader che risponde dei risultati direttamente ai suoi superiori e quindi nel caso non li raggiunga, in base al principio di responsabilità, non può imputare l’eventuale insuccesso a coloro coi quali condivide una missione.

Avevamo anche accennato al fatto che esistono obiettivi che sono più piacevoli da perseguire, a prescindere dagli ostacoli che si incontreranno lungo il percorso, semplicemente perché dentro di noi c'è qualcosa che ce li fa sentire "speciali" e quindi irresistibili.
Abbiamo ragionato su di essi ed abbiamo tratto spunti interessanti che ci hanno permesso di affermare che é la motivazione interiore, e aggiungiamo qui, anche la consapevolezza di sé e delle proprie capacità, a caratterizzarli come facili o difficili da perseguire. 

Ma sulla strada che porta verso il loro conseguimento, ci sono delle persone che si relazionano gli uni alle altre e che comunicano.

Ora, concretamente, come avviene questa comunicazione? 

Il primo mezzo che ci viene in mente é la parola. 
La parola é quel “ponte” che rende possibile che tra individui possa avvenire uno scambio di informazioni.

Etimologicamente, comunicare deriva dal latino “communicare”, che a sua volta deriva da “cŭm” = insieme a, con, contemporaneamente a, e da “mœnīre”= (tra gli altri significati) rendere accessibile, aprire. 
Quindi comunicare, vuol dire aprire il proprio mondo agli altri, mettere in comune le proprie idee, condividere le opinioni, ma anche manifestare agli altri le proprie scelte o decisioni. 

Stavolta non ci addentreremo su questa modalità di comunicazione, sia perché non è strettamente legato al tema di questo numero, sia perché la letteratura, dai tempi di Cicerone in poi, è ricchissima di digressioni intorno all’arte dell’uso della parola, del parlare in pubblico, su come debba essere una comunicazione verbale chiara ed efficace.
Lo scopo di questo tipo di formazione sarebbe quello di far sì che il contenuto di un discorso venga ben compreso dai nostri interlocutori.

Purtroppo, come ben sappiamo, malgrado gli enormi sforzi fatti in questo campo, la comunicazione basata sul linguaggio continua ad essere caratterizzata da incomprensioni, equivoci e fraintendimenti di vario tipo.

Pensiamo per esempio quanta letteratura fonda il suo esistere sul "qui pro quo", e di come la storia si sviluppi intorno al percorso che porta prima al chiarimento dell’equivoco e poi al rappacificamento dei protagonisti.

Il motivo di ciò é che l'approccio alla comunicazione appena descritto fa appello unicamente all'aspetto logico/intellettuale che caratterizza il pensiero umano e per diventare buoni comunicatori é indispensabile approfondirle.

Ma esiste un tipo di comunicazione che avviene anche su un altro livello e che ha un’importanza non trascurabile.
E’ quella che si rivolge non tanto al lato razionale del cervello, ma a quella parte del mondo interiore dell’individuo, fatto di emozioni e sentimenti.

2.
Questo mondo, in passato non sufficientemente considerato, si sta’ facendo negli ultimi tempi sempre più strada.

Sul posto di lavoro, almeno ufficialmente, non c'è spazio per le emozioni, mentre nello sport per fortuna, questa consapevolezza ha fatto capolino già da tempo, perché qui più che in altri ambienti, é risultato evidente che solo dall'emozione può scaturire quel qualcosa in più che permette una prestazione eccezionale, oppure, quella resistenza senza la quale, non si potrebbero superare allenamenti durissimi.

Che ci sia un nesso molto stretto tra emozioni e motivazioni, lo evidenziamo dalla presenza, in entrambi, della parola latina “movere”.
Emozione deriva da “e” = da, subito dopo, a causa di, e da “mŏvēre”=muovere, ovvero, messo in moto a causa di…. 
Parimenti motivazione, deriva dal latino "motus" = moto, quindi, mettere in movimento.

Poiché si teme che le emozioni possano intaccare la prestazione lavorativa del singolo o che, turbando la sensibilità altrui, finiscano per influenzare il rendimento anche gli altri, esse di norma, vengono ignorate o tutt'al più, ritenute lecite all'interno dell'ambito privato.

Ma che ne siamo consapevoli o meno, esse sono ingrediente fondamentale della nostra esperienza, fanno intimamente parte di noi e sono presenti in ogni istante della nostra vita.

Ignorarle con l’intento di renderle inoffensive é inutile, anzi esse, quando non manifestate, operano dentro di noi come la lava che scava all'interno della terra e finendo per essere le vere cause, secondo alcuni studiosi, delle malattie psicosomatiche. 

Ma prima o poi si manifestano e più tardi questo accade, più lo fanno in maniera eclatante, talvolta esplosiva. Pensiamo qui per esempio, ad un attacco di rabbia, o più semplicemente ad una crisi di pianto causata da un sentimento di dolore troppo a lungo represso.

Le emozioni sono una sorta di convitato di pietra. 
Sono perennemente presenti, e benché agli occhi di molti non appaiono visibili, per coloro che hanno occhi per vedere, orecchie per sentire ed un cuore per commuoversi (nel senso etimologico della parola, ovvero, “cum”=assieme, nello stesso momento e “mŏvēre”=mettere in movimento), la loro manifestazione é evidente. Anzi in alcuni casi é addirittura assordante..

“Noi "gridiamo" quello che siamo.”
Uno degli assunti fondamentali della psicologia Junghiana.

Da queste premesse comprendiamo il motivo perché in alcune circostanze esse sono viste con sospetto sul luogo di lavoro, sia perché manifestano il nostro vero vissuto agli altri, come nel caso in cui lasciassero palesare disappunto per le scelte fatte dal leader, o più semplicemente perché spie rivelatrici di emozioni distruttive latenti come l'aggressività e che quindi potrebbero mettere a rischio l'integrità del gruppo. 

Insomma secondo alcuni, le emozioni sul lavoro sono apportatrici di confusione che generano inefficienze, ostacoli alla comprensione reciproca ed allo svolgimento ordinato del lavoro.

Inoltre, vengono considerate come il vero antagonista del pensiero razionale.

Secondo la filosofia tradizionale infatti, vi era nei secoli passati una suddivisione netta tra l'attività meccanica del corpo e l’attività intellettuale del pensiero che ha conseguentemente influenzato in maniera sostanziale lo sviluppo del pensiero occidentale.

Questa concezione dicotomica che prevede che tutto sia classificato e suddiviso in due termini contrapposti, per esempio bene e male, caldo e freddo etc. ha fatto sì che la ragione ottenesse la supremazia sulle attività manuali, e contemporaneamente ha riservato alle emozioni un ruolo secondario.

Per tanto tempo, infatti, il mondo delle emozioni è stato reputato una cosa da bambini od al più tollerato con benevola indulgenza quando esso attiene al mondo femminile.
Per il resto veniva relegato al mondo etereo di poeti ed artisti.

Questa dialettica filosofica, nasceva da un bisogno interiore molto forte di placare l’ansia di vivere, causata da un mondo arretrato dal punto di vista tecnologico, e dove le malattie e le guerre rendevano la vita molto insicura, creando la speranza che la supremazia della ragione avrebbe un giorno portato progresso, benessere e serenità.

3.
Ora, quand'è che le emozioni cominciano a manifestarsi e quindi si sviluppano dentro di noi ?

Tutto ha inizio quando tra la madre ed il figlio appena nato si instaura una comunicazione basata non sul linguaggio verbale ma sullo scambio di sorrisi, occhiate e di mugolii di vario tipo, che a loro volta, non sono altro che il mezzo con il quale vengono manifestate all'esterno le emozioni.

Esse sono di vario tipo e vanno per esempio, dalla manifestazione del piacere di rivedere l’altro, il desiderio di ricercare un contatto visivo, il bisogno di mangiare, il compiacimento quando questo piacere viene soddisfatto, e così via.

E’ questo il primo linguaggio che ognuno di noi apprende ed é a tal punto universale che, quando un piccolo che nato e cresciuto viene poi adottato in un’altra nazione, tra la nuova madre ed il bimbo si instaura egualmente un'intesa affettiva.

Incidentalmente, cogliamo l’occasione per far notare che un’altro mezzo che comunica le emozioni é la musica, la quale, facendo appello proprio al linguaggio di comunicazione primordiale ed universale, ovvero quello delle emozioni, viene compresa in ogni parte del mondo, indipendentemente in quale epoca é stata composta o da quale paese proviene l'autore.

Amore, odio, attrazione, repulsione, piacere, disgusto, compiacimento, disprezzo, ammirazione, fastidio, stupore, terrore, serenità, rabbia, delirio di onnipotenza, senso di frustrante solitudine, pace, serenità, compassione, calma, nervosismo, comprensione, giudizio, attrazione, repulsione, desiderio di unione, vengono vissute da noi come vibrazioni che si propagano in tutto il corpo e tramite le espressioni del viso ed il linguaggio del corpo vengono trasmessi all'altro.

Ma le emozioni possono essere ascoltate solo da chi é capace di empatia, ovvero, da chi é in grado di provare gli stessi vissuti interiori dell’altro. 

Dovremmo soffermarci un po' su questa dote assai importante.

4.
L’empatia consiste nel saper comprendere il mondo interiore dell'altro, di percepirne i moti interni, le sue emozioni ed i suoi sentimenti. 
Tutto ciò che insomma, ben poco ha a che vedere con il mondo della logica e della razionalità.

Cominciamo con l'osservare che la capacità di sintonizzarsi sulle emozioni altrui é solitamente più sviluppata nelle donne che negli uomini perché, come abbiamo visto, é compito della madre prendersi cura di del bambino e quindi interpretare il suo linguaggio non verbale. 

Ma anche gli uomini, non tutti in egual maniera, sono dotati di questa medesima capacità che é fondamentale per instaurare delle relazioni sociali soddisfacenti.

Perché, se da un lato é vero che per intraprendere una comunicazione efficace é determinante possedere l’abilità di parlare e di saper esporre le proprie idee in pubblico, d'altro lato, affinché essa sia anche persuasiva e convincente é necessario entrare in sintonia con l'universo del nostro interlocutore.


Ogni emozione è un messaggio, il nostro compito è ascoltare…
Gary Zukav (divulgatore scientifico e coach)

Per convincere un collaboratore o l’atleta, non é sufficiente studiare od elaborare tecniche di comunicazione verbali e "body languages" appropriati ad ogni situazione ma é anche necessario prendere coscienza che le dinamiche interne delle persone hanno un peso determinante, sia nella qualità della trasmissione, che nella comprensione del contenuto.

Perché esiste sempre un significato sottinteso che va al di là di quello che volevamo esprimere verbalmente e che viene percepito da ciascuno dei nostri interlocutori in maniera completamente diversa.

Infatti se é un dato di fatto ormai acquisito che durante la comunicazione verbale possano avvenire equivoci causati da interferenze esterne come il rumore (si dice per esempio capire "fischi per fiaschi"), meno riconosciuta é l'influenza che le emozioni hanno quando si tratta di attribuire al contenuto di una comunicazione un determinato significato.

Il detto "mai parlare di corda in casa dell'impiccato" significa proprio questo.

Un termine che per una persona rappresenta uno strumento di lavoro, per un'altra evoca emozioni legate a spensierati giochi infantili, mentre purtroppo, a qualcun'altro, potrebbero evocare fatti tragici legati alla sua vita familiare passata, facendo rivivere le stesse sensazioni di tristezza, di dolore e lutto che aveva vissuto a suo tempo.

Perché ad ogni parola associamo un'emozione e ciascuno di noi lo fa in maniera unica, in un modo che dipende dal proprio vissuto esperenziale.

E' grazie all'empatia se riusciamo a metterci in contatto con le vere motivazioni del nostro collaboratore e a far si che essa siano incanalate al servizio dell'obiettivo da perseguire.

Quando é il momento che le decisioni e le azioni prendano forma, i sentimenti contano almeno quanto il pensiero razionale e spesso anche di più.
D. Goleman (psicologo e scrittore)




5. 
Ma esiste un'altro aspetto dell'empatia, che consiste nell'attitudine di saper ascoltare i sentimenti dentro di noi, per capire chi siamo veramente e che, quando questo ascolto é onesto e sincero, ci insegna ad essere più indulgenti sia nei confronti di noi stessi che degli altri.

L'indulgenza di cui stiamo parlando, non ha nulla a che vedere con il perdono.
L’indulgenza, da latino "in" = verso e "dulgere" che deriverebbe da "dulcis"= addolcire, invece, é quell'arte che consiste nel saper vedere negli altri, ed in se stessi, sempre il lato migliore.

Un primo effetto é che col tempo grazie ad essa, impariamo ad astenerci dal giudizio [ne avevamo parlato a proposito nel numero 246 di Nuova Atletica] ovvero, a comprendere che i nostri pensieri e le nostre azioni si fondano sempre su dei buoni motivi, che dipendono, ovviamente, dal proprio vissuto.


Questo tipo di consapevolezza che si acquisisce col tempo, ci permette di collaborare alla creazione di un ambiente sportivo o di lavoro, che sia produttivo, ma allo stesso tempo sereno.
A chi piace lavorare in un ambiente eccessivamente competitivo e perennemente sottoposto a stress di ogni genere?

Costruire e mantenere un clima emozionale positivo dovrebbe essere la prima preoccupazione di chiunque gestisca un team, sportivo o aziendale che sia.
P. Trabucchi (psicologo e sportivo, fondatore della teoria della resilienza nello sport) 

Ma cosa significa in concreto?
Significa innanzitutto accettare l'altro per quello che é e nel contempo, prendendo consapevolezza che quando non ci piace qualcosa dell'altro in realtà stiamo criticando quegli aspetti del suo carattere che sono simili ai nostri e con i quali, o non abbiamo ancora fatto pace, o semplicemente, sono ancora sommersi nei meandri del nostro inconscio.

Per lungo tempo, si é creduto che bastasse acquisire una buona cultura generale per essere tolleranti, per accettare chi non é simile a noi anche da un punto di vista caratteriale.
In realtà dietro al rifiuto di accettare una persona o dietro al pregiudizio nei suoi confronti, non c'è solo un condizionamento culturale, ma anche e soprattutto un influenza esercitata dal mondo delle emozioni.

Anche se questo ragionamento può sembrare assurdo, ("come é possibile che dentro di me ci sia un aspetto che io detesto ? "), esso ci appare più comprensibile se pensiamo che, così come un diapason in quiete può risuonare sia nel caso in cui viene percosso, sia quando gli viene posto accanto uno che si trova già in stato di vibrazione, parimenti, quando qualcosa di indefinito che dell'altro ci dà particolarmente fastidio, significa che all'interno di noi convive un aspetto molto simile.

Tutto ciò che degli altri ci irrita può portarci alla comprensione di noi stessi.
C.G. Jung (psicoanalista)

E per capire in che modo le emozioni condizionino noi e come a causa di esse ci relazioniamo con gli altri, per esempio i nostri collaboratori/atleti, é importante iniziare una riflessione riguardo il proprio mondo interiore.

Anche quelli più oscuri, ovvero quelli che la psicoanalisi junghiana chiama la nostra "ombra", e che nella letteratura é descritta molto bene dalla figura del personaggio del romanzo “Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde” (dove Hide in inglese significa appunto, il signor "Nascosto").

L'uomo sano non tortura gli altri, in genere è chi è stato torturato che diventa torturatore.
C.G. Jung (psicoanalista)

Perché l’astensione dal giudizio, di cui abbiamo già più volte parlato come ingrediente cruciale del leader efficace, non é un concetto astratto, ma esso influisce sulla motivazione del collaboratore/atleta, perché anch'egli, e talvolta più di noi, é dotato di empatia e quindi “percepisce” l'incongruenza tra ciò che diciamo e come ci comportiamo e del nostro eventuale tentativo di manipolarlo, oppure la nostra ostilità o la diffidenza che manifestiamo nei suoi confronti, malgrado mettiamo in atto stratagemmi per dissimulare ciò.

Purtroppo, non é sufficiente frequentare un corso che ci insegna ad entrare in sintonia con l'altro, per esempio mediante tecniche di ricalco posturale, perché, se non siamo eccellenti attori, veniamo subito smascherati e tutto quello che diciamo perde credibilità.

Anzi, cogliamo l'occasione di osservare assieme a voi che, quand'anche fossimo dei professionisti della recitazione, saremmo costretti ad ammettere che i nostri rapporti con gli altri non sono basati sulla sincerità, ma sull'ipocrisia. 
E quindi, estendendo il nostro ragionamento, dovremmo affermare che "in primis" non siamo onesti con noi stessi. 

Quante volte diciamo di una persona, all'apparenza simpatica e gentile, che però "ha un qualcosa che non mi convince", oppure che ci appare "viscida", "costruita", "non genuina" od  "inafferrabile" ?

Ci farebbe piacere se dicessero questo di noi?

Perché il linguaggio delle emozioni, che si manifesta tramite il linguaggio del corpo, ci tradisce sempre. 

Dischiudere il nostro mondo interiore alla parte conscia di noi, ci aiuta a capire chi siamo veramente e quindi a scoprire che, sebbene ogni individuo sia unico e speciale, siamo tutti “guidati” dalle medesime leggi universali.

Ecco che iniziando a prestare ascolto alle nostre emozioni e a darle sempre più spazio, cominciamo ad acquisire un nuova consapevolezza e di conseguenza, apprendiamo quanto esse influenzino il modo in cui affrontiamo la vita e fino a che punto esse possono offuscare la nostra intelligenza.


Esse sono onnipresenti, scelgono per noi durante i nostri acquisti, ma ci influenzano anche nella scelta dei nostri fidanzati, del nostro lavoro e dei nostri studi.

Io non voglio essere alla mercé delle mie emozioni. Io le voglio usare, divertirmi con loro e dominarle.
Oscar Wilde (scrittore) - Il ritratto di Dorian Gray

6.
Abbiamo qui appena iniziato a scoprire che le emozioni sono un universo complesso ed articolato.

Non basta un breve testo come questo per spalancarne le porte, ne' la bibliografia qui annessa per intraprendere un cammino verso la scoperta dell'universo che si cela dentro di noi.

Fare questa ricerca é impegnativo, ma il risultato é sicuramente appagante.

E' vero, scendere negli abissi della nostra anima può darci inizialmente un senso di smarrimento.

E' comprensibile infatti, di aver paura di scoprire che da qualche parte dentro di noi si annidi un signor Hyde, tenuto a bada solo dall'educazione e dall'autocontrollo. 

...ma forse non é detto che sia così...

Oppure di temere che esiste un aspetto del nostro carattere che possa essere sgradevole alla vista degli altri.

..ma in realtà, chissà se é veramente così..

Pensiamo per esempio a tutte le volte ci siamo stupiti di fronte all'affermazione di una persona che ci ha detto che ci trovava irresistibili proprio grazie a quegli aspetti della nostra personalità che a nostro giudizio parevano di poco conto, se non addirittura imbarazzanti.

Ma al ritorno dalla strada intrapresa, saremo totalmente rinnovati. (vi invitiamo ad osservare che non abbiamo usato consapevolmente il termine "cambiati")

“Γνῶθι σεαυτόν” - Conosci te stesso 
Iscrizione ritrovata presso il tempio di Apollo a Delfi

C'è chi chiama questo percorso, un cammino in discesa, non nel senso che sia facile, invece nel senso che esso é più simile al percorso di uno speleologo all'interno della terra, ma che ha come premio finale, il dono dell'umiltà (etimol: dal latino "humilis = basso, che sta' sotto - e cogliemo l’occasione per far notare che per questo stesso motivo "humus" é usato come sinonimo di terra, mentre la parola “umorismo”, che ha la stessa radice, significa = saper vedere ciò che sta sotto).

Ma per umiltà, qui non intendiamo quell'attitudine autolesionista che farebbe di noi una persona che ha poca stima di se', non conscia del proprio valore e dei propri meriti, bensì l'aver acquisito la consapevolezza di chi, avendo compiuto un viaggio verso il centro della terra interiore, acquisisce una nuova dote: l'umanità.

Perché, come diceva Kets De Vries

Umiltà, Umanità e Umorismo, sono le vere doti di un leader. 
Kets De Vries - Professore presso l'Harvard  Business School e l'Università di Amsterdam

Bibliografia essenziale:

Aldo Carotenuto (1993): "I sotterranei dell'anima" - [Già il titolo ci fa intuire come dentro di noi ci sia un tesoro tutto da scoprire]

Aldo Carotenuto (1999): "Attraversare la vita" - [un testo che ci aiuta a comprendere le dinamiche che stanno sotto i nostri comportamenti e cosa nutre e soddisfa la nostra esistenza]

Aldo Carotenuto (2003): "Il tempo delle emozioni" - [Un trattato di facile lettura che ci interroga su cosa sono emozioni e sentimenti e come influenzano la nostra vita]

Marco Pacori (2003): "Come interpretare i messaggi del corpo" - [Quello che non diciamo con le parole, lo esprimiamo con il linguaggio del corpo. Testo affiancato da fotografie che ci aiutano a capire esattamente cosa intende l'autore]

Maurizio D'Ambra (2004): "Comunicazione e personalità - Come leggere le emozioni ed il carattere di noi stessi e degli altri, per persuadere nella vita sociale e nelle professioni" 

Daniel Goleman (1996): "Intelligenza emotiva" - [probabilmente il primo autore ed il primo libro che denunciando i limiti della visione secondo cui l'intelligenza sia un concetto puramente legato al lato razionale dell'individuo e che spiega come siano le emozioni a condizionare in maniera determinante l'intelligenza e le motivazioni delle persone]

Daniel Goleman (1998): "Lavorare con intelligenza emotiva" - [é la continuazione del testo precedente con riferimenti espliciti al mondo del lavoro e dello sport]


Jerry Richardson (2004): "Introduzione alla PNL" - [é un testo introduttivo sulla tecnica del ricalco, ovvero entrare in sintonia con l'altro mediante l'uso consapevole del linguaggio del corpo]

03 - Leadership ed obiettivi

Leadership ed obiettivi
(articolo pubblicato sul numero 247/248 
Luglio-Ottobre 2014 della rivista Nuova Atletica 
www.nuovatletica.it/rivista/news.php?extend.17 )

In questo articolo parleremo degli obiettivi, e vedremo come essi non sono una disciplina a se stante ma si inseriscono all'interno di una più ampia visione che riguarda i rapporti tra le persone all'interno delle aziende.


Il Gatto: "Dove stai andando? "
Alice: " mmm... quale strada dovrei prendere? "
Il Gatto: " Beh.., dipende da dove stai andando."
Alice: ".. ma io non so dove andare ! "
Il Gatto: " In tal caso, é indifferente quale strada tu prenda. "
Lewis Carroll - Alice nel paese delle meraviglie



1.
Nei due articoli precedenti, abbiamo cercato di mettere sotto una nuova luce la leadership, partendo dalla sua evoluzione negli ultimi cento anni e scoprendo che é all'interno delle forze armate che essa si é evoluta e quindi come questa disciplina é confluita nel modo civile.

Nel secondo articolo, abbiamo osservato la leadership da diverse angolazioni, ci siamo domandati se é una dote ad appannaggio di pochi o se per esempio, chi è un buon leader in un determinato contesto é destinato ad esserlo anche in un'altro. Abbiamo anche posato lo sguardo su alcune abilità distintive ed abbiamo osservato, come negli ultimi anni, sia in atto una evoluzione nella direzione di un leader sempre più al servizio del compito che deve svolgere e delle persone che deve guidare, piuttosto che, come in passato, ad una figura autoritaria ed autoreferenziale.

Con l’aiuto dell'etimologia, avevamo indagato sull'origine delle parole "leadership", "potere" ed "autorità" ed avevamo scoperto, che esse racchiudono in sé diversi significati, che vanno da guida a protezione nei confronti delle persone che gli sono state affidate, ma anche di di provvedere e a coadiuvare la loro crescita. 

Abbiamo inoltre, insistito sul fatto che la leadership non può più prescindere dagli aspetti emotivi che regolano i rapporti umani e come in realtà, questo aspetto, che finora ha trovato risonanza in letteratura solo negli ultimi anni sia in realtà, cruciale.
Lo é, a nostro avviso, perché questa visione materializza il principio secondo cui ogni individuo é dotato di dignità umana e come tale essa va rispettata.

Non dimentichiamo anche che il capo, é responsabile non solo delle persone che collaborano con lui, ma soprattutto del raggiungimento dei risultati.
Questi possono essere di varia natura, per esempio risultati di redditività, di fatturato, di numero di pratiche evase, di risultati sportivi portati a casa a fine stagione.

Insomma é chiamato a guidare sé stesso ed altre persone verso uno o più obiettivi.  

Ma prima di addentrarci in ulteriori considerazioni, merita riflettere sul loro senso e perché essi siano così importanti sia per noi stessi che per per le strutture presso le quali operiamo.

Esiste copiosa letteratura che sottolinea come una vita od un lavoro senza obiettivi, generi demotivazione nelle persone e nelle strutture, ma soprattutto porti ad uno spreco di tempo e di risorse.

Senza obiettivi, vivremmo in balia degli eventi.

"Gli obiettivi ci guidano ad essere responsabili e proattivi nella vita. Quanto più gli obiettivi sono specifici e quantificabili, tanto più abbiamo la responsabilità di raggiungerli.”
Jinny S. Ditzler,  

Già l'atto di mettere la sveglia la sera prima di andare a dormire, ci ricorda che all'indomani abbiamo dei doveri, una lista di impegni da onorare che riguardano noi stessi, i nostri cari, il nostro lavoro.

E strettamente annesso all'obiettivo, c'é la variabile Tempo. 

Merita a questo punto fare una breve considerazione.

Nel momento in cui veniamo al mondo sappiamo che la nostra vita terrena non é infinita. 
Non solo ogni giorno sperimentiamo su di noi il cosiddetto ritmo circadiano, ovvero il susseguirsi di cicli veglia/sonno che pongono un limite al nostro desiderio di espanderci sempre di più, di fare le cose che ci piacciono senza mai fermarci.

Che ne siamo consapevoli o meno, il Tempo é una risorsa non solo limitata ma é dotata anche di qualità, ovvero esiste un tempo buono per dormire, uno per lavorare, una stagione per seminare (la primavera) ed una per raccogliere (l’estate), e così via… 
Per non parlare dei cicli della vita, infanzia, adolescenza, maturità ecc., che aprono ogni volta nuove opportunità, ma anche, di volta in volta, doveri.

Invito ad una riflessione individuale su questa risorsa, che é più preziosa dell'oro, dei soldi, della carriera ed anche dell'affetto delle persone più care. 
Solo così possiamo vivere il Tempo in pienezza ed in sintonia con i nostri valori.

Ed é per "vivere" questa risorsa, questa opportunità in pienezza, che ci prefiggiamo degli obiettivi personali che possono essere a breve termine (cosa voglio fare oggi) o a lungo termine (cosa voglio fare o essere tra 5 anni).

“What keeps me going is goals.” 
Muhammad Ali

Insomma l'obiettivo, non é un fine, é  ma un mezzo per ottimizzare e sfruttare al meglio la risorsa Tempo.

Ma non sempre gli obiettivi sono personali, il più delle volte ci vengono imposti da altri, che possono essere via via i nostri genitori (che ci dicono cosa fare), i nostri insegnanti (che ci dicono cosa e come studiare) o sul lavoro (dobbiamo fare quello che ci dicono).

Con la differenza che mentre i nostri obiettivi sono facili da perseguire proprio perché vengono scelti da noi, quelli provenienti da altri non sempre sono facili da accettare. 
Capita talvolta che ci appaiano noiosi, pesanti od insopportabili.


2.
Cominciamo a riflettere su una particolare categoria di obiettivi, che hanno la caratteristica di essere facilissimi da raggiungere, ma ragionando sui quali traiamo insegnamenti utili al perseguimento degli obiettivi in genere.

Essi sono i desideri.

"La felicità è un continuo progredire del desiderio da un oggetto ad un altro, non essendo il conseguimento del primo che la via verso quello che vien dopo. La causa di ciò è che l’oggetto del desiderio di un uomo non è quello di gioire una volta sola e per un istante di tempo, ma quello di assicurarsi per sempre la via per il proprio desiderio futuro". 
T. Hobbes, Leviatano


Provengono dal nostro io più profondo, e sono caratterizzati dal fatto che appena essi prendono forma come  se si cristallizzassero nella nostra mente, ci mettono immediatamente in movimento (che si tratti del per esempio del desiderio di mangiare, di comprare un bene che abbiamo in mente, di perseguire un risultato sportivo).
Ma la caratteristica che li differenzia dagli obiettivi, é che sin dal primo momento in cui si manifestano siamo intimamente certi che, fino a quando non li avremo perseguiti, non avremo pace.

Ecco perché i desideri, anche quando sono ambiziosi, come può essere il conseguimento di un titolo di studio, il perseguimento di una carriera, un obiettivo sportivo eccellente o attendere ad una ricerca scientifica che magari darà risultati  solo a lungo termine, é una cosa che facciamo comunque volentieri, quando non con entusiasmo.

Inoltre di fronte alla presenza di ostacoli, più o meno insormontabili, essi non svaniscono, così come non diminuisce la tensione interiore che ci spinge verso di essi.

Il desiderio é molto personale, intimo, riesce a far scaturire una forza interiore fortissima, talvolta esplosiva. 
Il più delle volte é inconscio, ovvero non siamo nemmeno in grado di capire quale é stato il sentimento che ha acceso la "scintilla" che ci mette in movimento. 
E fintantoché questo desiderio, non si é compiuto, non siamo in grado di placare il tumulto interiore.

Non abbiamo dubbi su ciò che é bene ciò che è male, perché l'unico bene é il suo ottenimento.

Ora, tra desiderio e movimento, c'é un legame molto stretto come é sottolineato dalla  sua etimologia. 

Desiderio deriva dal latino “desiderare” ovvero cessare [de-] – di contemplare le stelle [infatti “siderare” = guardare le stelle], quindi bramare, sentire fisicamente o spiritualmente la mancanza di ciò che è piacevole e tendere ad esso per ottenerne il possesso. 

Tra il desiderio, che é perseguire un "sentimento", ed un obiettivo, che é perseguire una meta frutto di una pianificazione, ci sono similitudini, ma anche profonde differenze.


3.
La prima differenza é che per gli obiettivi non é scontato che immediatamente  segua l'azione, tanto meno che la sua accettazione sia entusiastica.

E' per questo motivo che nell'arte della guida delle persone é cruciale possedere una particolare abilità.

Essa é la capacità di convincere gli altri, a far si che le cose vengano fatte in un determinato arco di tempo.
Si perché convincere, che deriva dal latino "cum-vincere" = vincere assieme, ci ricorda che l'obiettivo prima di essere del collaboratore che lo deve svolgere é anche del superiore che lo ha commissionato.

Questa é l'abilità che rende la leadership così intrigante ed ammirata. 
Come si può non provare ammirazione per colui che é capace di rendere piacevole un compito sgradito e riesce pure a motivare i suoi collaboratori?

“I have nothing to offer but blood, toil, tears and sweat. We have before us an ordeal of the most grievous kind. We have before us many, many long months of struggle and of suffering. You ask, what is our policy? I can say: It is to wage war, by sea, land and air, with all our might and with all the strength that God can give us; to wage war against a monstrous tyranny, never surpassed in the dark, lamentable catalogue of human crime. That is our policy. You ask, what is our aim? I can answer in one word: It is victory, victory at all costs, victory in spite of all terror, victory, however long and hard the road may be;

Winston Churchill - tratto da “Blood, Toil, Tears, and Sweat,” il suo primo discorso come Primo Ministro Britannico alla Casa dei Comuni il 13 maggio 1940.


Questa abilità é strettamente correlata con la capacità di argomentare ciò che si sostiene per dare un senso a quello che va fatto. 

Noi stessi non amiamo essere trattati come bambini ai quali venga semplicemente detto "fai questo e fallo come dico io", e abbiamo abbastanza amor proprio da aspettarci che ci venga spiegato perché dobbiamo fare una certa cosa e di capire perché andrebbe fatto in quel dato modo. 

Tutto questo va fatto non per amore della retorica oppure con lo scopo di ingannare e manipolare il prossimo affinché raggiunga i nostri obiettivi personali, ma perché argomentare l'obiettivo fa sentire l'altra persona considerata.

Inoltre non possiamo escludere che da questo scambio, possa nascere una soluzione migliore di quella prevista inizialmente, che porti a far meglio ed in meno tempo quello che noi avevamo pianificato a tavolino. 

Talvolta sottovalutiamo di avere interlocutori preparati, che forse sono più esperti di di noi nel loro ambito o che semplicemente sanno cosa sono in grado si fare.

E' questo il momento giusto in cui palesare le tre doti del leader che abbiamo citato nel precedente articolo e che sono state enunciate da Kets De Vries, professore presso l'Harvard School e l'Università di Amsterdam: Umiltà, Umanità e Umorismo.


4.
Fermiamoci per un momento e cominciamo a riflettere su come un obiettivo, un compito da svolgere, viene percepito da un collaboratore.

Innanzitutto, ognuno di noi é diverso dall'altro, con una propria sensibilità e carattere. Inoltre ogni individuo reagisce in maniera diversa a quello che, rompendo la routine quotidiana, può apparire come una messa alla prova.

Questa reazione dipende anche da una serie di altri fattori, che vanno dalla fiducia che il leader ha saputo conquistarsi, alla credibilità che ha saputo costruire nel tempo e dalla capacità di saper coinvolgere l'altro facendolo sentire importante per il team.

Ma anche i fattori psicologici giocano un ruolo importante.

Il fatto che colui che ci dà un obiettivo da perseguire incarna, nel nostro inconscio, la figura dell'autorità paterna, fa si che questo momento venga vissuto in modo intenso e talvolta conflittuale se osservato da  un punto di vista emozionale. 

Per esempio, qualcuno potrebbe sentirsi lusingato da una missione da compiere perché intravvede un'opportunità per mettersi in mostra e compiacere il proprio superiore.

Qualcun altro, mediante il meccanismo spiegato in psicologia dalla teoria della relazione oggettuale, vedendo al di là del piano reale, potrebbe percepire il suo capo come la personificazione di un genitore tiranno e quindi come l'ennesima occasione  per subire una vessazione, un'ingiustizia, un giudizio. 

Ma non possiamo nemmeno escludere il caso di un collaboratore che pur comprendendo la meta da raggiungere, a causa della poca stima che ha di se', reputando l'obiettivo impossibile da raggiungere, si deprime. In questi casi, invece di rispondere come farebbe colui che di fronte ad un compito difficile intravvede una sfida da superare mettendoci impegno, entusiasmo e proattività, subentrerebbe la de-motivazione e quindi l'impossibilità di raggiungere l'obiettivo nei tempi previsti.

Per non parlare di coloro che, pregiudizialmente e per motivi prettamente personali, quando non addirittura guidati dalla malafede, sostenendo che il compito é impossibile da raggiungere, mettono in atto una serie di comportamenti, talvolta consci, qualche altra inconsci, per contrastarne il raggiungimento.

I "sabotaggi consci" consistono nell'irrigidimento su posizioni pregresse o sulla difesa dello status quo appellandosi a questioni burocratiche con frasi del tipo "nel mio mansionario non c'é scritto che debba fare queste cose", oppure "fino ad oggi le cose si sono sempre fatte così..".

I "sabotaggi inconsci", sfruttando cause indipendenti dalla volontà dell'individuo, lo rendono vittima apparentemente involontaria di incidenti "fortuiti", malattie ed errori causati da distrazione. 

Sembra che anche nello sport, questo genere di eventi sia abbastanza frequente.

Queste dinamiche non possono essere ignorate da un leader efficace e meriterebbero un approfondimento in altra sede.


5.
Ora, anche se esiste letteratura che raccomanda di porre obiettivi sempre più ambiziosi, presupponendo che il collaboratore messo alla corda renda di più, si tralascia che gli esseri umani non sono sempre dotati di tempra indistruttibile.

Pertanto, alzare sempre di più l'asticella, se inizialmente ricolma l'ambiente di una diffusa euforia, nel lungo periodo genera stress e nevrosi con conseguente calo di rendimento in tutti gli appartenenti di un'organizzazione (il cosiddetto "effetto di  spremitura del limone").

Inoltre se é vero che gli obiettivi hanno lo scopo di motivare le persone, anche qui osserviamo come l’etimologia che ci é di aiuto per sondare il significato delle parole ci fa osservare che motivare deriva dal latino "motus" = moto, quindi mettere in movimento, e se é pur vero, che se essi sono ingrediente fondamentale  che contribuisce a  tenere il team di lavoro focalizzato sulle attività da svolgere, é altrettanto vero che affinché l'obiettivo sia efficace, esso deve essere realmente compreso.

"Il problema principale della comunicazione é dare per scontato che essa sia realmente  avvenuta".
George Bernard Shaw

Ecco allora, che il momento della consegna dell'obiettivo é un momento cruciale, importante tanto quanto l'obiettivo stesso. 

Tutt'oggi c'è ancora chi ritiene che dare un compito da svolgere sia un momento accessorio della propria attività, che può essere "sbrigato" in poco tempo.

Al contrario, pro-porre ad altri delle mete da raggiungere é un momento topico, dove il leader mette veramente in gioco tutte le sue abilità, le conoscenze in campo umano, comunicativo ed in quello delle relazioni sociali.

Questo serve, ma non solo, ad evitare equivoci e fraintendimenti.

Peraltro, esso é molto importante per un'altro motivo, perché se la consegna dell'obiettivo avviene coinvolgendo il collaboratore, egli si sente  responsabilizzato.



6.
Ma prima di proseguire dobbiamo sgombrare il campo da un equivoco.

Ovvero, che non é l'obiettivo lo strumento deputato ad accrescere la motivazione sul lavoro, quasi che la motivazione fosse da sola in grado di tenere acceso quella sorta di "fuoco sacro" nei collaboratori che renderebbe l'azienda più efficiente e profittevole.

La motivazione c’é, se l'azienda, la struttura, la società sportiva, sono pervase da valori basati sul di rispetto della persona e della sua dignità, se i rapporti tra gli uni e gli altri sono sono fondati sulla correttezza reciproca, ma soprattutto, se c'è sintonia tra quello che si dice e quello che si fa.

Se sono presenti integrità e coerenza, appunto.

Che senso ha scrivere nella "mission aziendale" che i collaboratori sono la più importante risorsa dell'azienda se poi seguono comportamenti che contraddicono questo assunto?


7.
Quale altra pratica possiamo allora mettere in atto per motivare i collaboratori?

Mediante l'uso di pratiche manipolatorie ? 
Usando incentivi economici ?
Lasciando intravvedere benefici di carriera, successo o prestigio ?

E' qui che entra in gioco la capacità del leader credibile, il quale deve saper parlare ad ognuno dei suoi compagni di avventura in modo specifico, rispettoso delle caratteristiche di ognuno. 

Arrivando al cuore oltre che al cervello, se possibile.

Come?

Mediante l'uso dell'arte della persuasione. 

Persuadere, deriva dalla particella latina "per"=che indica il compimento dell'azione e da "suadere":participio passato di "suādĕo" - che a sua volta deriverebbe da "suāvis" cioè soave, dolce, piacevole, gradevole.

"E' stato detto che i leader migliori, quasi senza alcuna eccezione e ad ogni livello, sono coloro che utilizzano con maestria storie e simboli."
Willie Pietersen (Professore alla Columbia University di Pratica del management)

Persuadere é la capacità di convincere rendendo piacevole, mediante l'uso di racconti, metafore e simboli sulla necessità di compiere determinate azioni.

Questo é il modo per rendere più sottile il confine tra l'obiettivo ed il desiderio, quindi facendo sentire l'interlocutore partecipe e non un mero esecutore i ordini.



8.
Ancor meglio sarebbe, ove fosse possibile, che la scelta degli obiettivi da perseguire, in base alle analisi appena svolte, fosse fatta tenendo conto delle risorse umane e materiali a disposizione.

Che senso ha per esempio, dire ad un giovane, "voglio che tu faccia i 100 metri in 8,98 secondi" senza aver indagato precedentemente se il giovane ha la capacità e la voglia di allenarsi duramente nel tempo? 
Dovremmo prima capire quali sono le vere motivazioni di quel giovane, ammesso che ne possieda il talento, ovvero se voglia fare sport per propria scelta, o per compiacere i genitori, oppure solamente per stare in compagnia con altri coetanei o se egli è spinto da una forza interiore che fa si che egli desideri affermarsi a tutti i costi.

Così se provassimo a spingere quel giovane a perseguire quell'obiettivo a prescindere dalle sua capacità e dai suoi reali desideri, il risultato potrebbe essere che egli perda l'entusiasmo e che si demoralizzerà.

Questo esempio serve per farci capire che oltre all'obiettivo in sé, dovremmo parimenti focalizzarci sul risultato che desideriamo ottenere.

Perché se l'obiettivo é una cosa da fare entro una determinata scadenza temporale, il risultato é l'effetto che si misura dopo il suo raggiungimento. 

Una cosa é dire "fai questo in un determinato lasso di tempo", un'altra cosa é far bene il proprio compito.

Le cose non vanno fatte per essere fatte, ma andrebbero anche fatte bene.

Avere come guida ispiratrice il principio di fare bene le cose, (invito, riguardo questo argomento la lettura del testo "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" di Robert Pirsig) fa si che lavoriamo più concentrati, sbagliamo di meno, perdiamo meno tempo e siamo più soddisfatti del nostro lavoro, perché sentiamo di contribuire alla creazione di un mondo migliore.


9.
Ritorniamo per un istante all'esempio del giovane atleta di prima.

Raggiungere la meta, dopo aver fatto le verifiche di cui sopra, di percorrere i 100 metri, per esempio, dopo un anno di allenamento, in 12 secondi, sarebbe allora un successo che lo gratificherebbe e rinforzerebbe la fiducia in sé e, a risultato raggiunto, ne trarrebbe giovamento anche il rapporto leader/coach/mentore ed atleta.

Ecco che quando definiamo un obiettivo oltre a porci la domanda su quale debba essere il risultato dovremmo porci la domanda su che cosa, tenuto conto delle risorse a disposizione, possiamo considerare un successo.

"Il traguardo supremo consiste nello sfumare la linea che divide il lavoro con il  gioco” 
Arnold Toynbee (economista inglese dell'800)


Nel libro "Lego Story" [op.cit.] si narra come Godfried Kristiansen, colui che trasformò la Lego da azienda produttrice di giocattoli in legno, nell'azienda dei mattoncini di plastica che tutti conosciamo, avesse uno stile che consisteva nel porre inizialmente domande ai collaboratori e poi di ascoltare con attenzione la loro opinione. 
A sua volta, proponeva idee e lasciava che essi stessi scoprissero che cosa andava fatto, quando e come.

La definizione di cosa é da considerarsi un successo andrebbe fatta in gruppo, coinvolgendo chi quel compito dovrà svolgere, giocando a carte scoperte sui quali sono i vantaggi per la struttura e quali sarebbero gli svantaggi se esso non viene perseguito.

Così come la sua pianificazione, ovvero la definizione delle tappe intermedie che porteranno al suo perseguimento.

Ma non solo, il successo sarebbe quell'esito che una volta raggiunto, dà vantaggi concreti e visibili non solo in termini di effetti pratici, ma anche in termini di soddisfazione e miglioramento dell'autostima e della crescita professionale di chi é coinvolto nell'impresa.

E questo vale con le dovute distinzioni, sia per le aziende che per le associazioni senza fine di lucro e per le società sportive.

"Per prima cosa cercate di rendere i vostri ideali ben definiti, chiari, pratici, trasformandoli in obiettivi.
In secondo luogo verificate se avete tutti i mezzi necessari per perseguirli: capacità, soldi, materiali, metodologie.
In ultimo fate in modo che tutti i vostri mezzi siano indirizzati al raggiungimento dell'obiettivo"
Aristotele (filosofo)



Bibliografia essenziale:

Hyrum Smith (2000): “Quello che conta davvero. Come focalizzare le priorità e centrare gli obiettivi” -  Franco Angeli

Steven Covey (1998): “Le 7 abitudini delle persone efficaci” - Frano Angeli

M. Lindholm, F. Stokholm, L. Previ (2012): “Lego story” - Egea.

Siddon S., Nickson D. (2003): “La gestione dei progetti. Guida operativa al project management” - Franco Angeli.

Russell D. Archibald (2004): “Project management. La gestione di progetti e programmi complessi” - Franco Angeli.


Robert Pirsig (1981 - ed. italiana) "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" - Adelphi Edizioni.