Leadership ed emozioni (versione integrale)
Articolo pubblicato (in versione breve), sul numero 249 della rivista "Nuova Atletica"
www.nuovatletica.it/rivista/news.php
Che nesso c’è tra le emozioni e la leadership efficace? E’ possibile guidare se stessi e gli altri, pensando di ignorare le dinamiche interne dell’anima ?
In questo articolo parleremo di come le emozioni siano una componente basilare dell'individuo e quindi della relazione tra persone, nello specifico tra leader/follower.
“La maggior parte della pubblicità non fa tanto appello alla ragione quanto all'emozione.”
Erich Fromm (psicoanalista e sociologo)
1.
Nell’articolo precedente abbiamo discusso di obiettivi. Abbiamo analizzato come la capacità di saperli porre e di perseguirli assieme ad altre persone, é quella che distingue un leader, un allenatore/coach efficace da tutti gli altri.
Abbiamo visto come gli obiettivi non appartengono solo ai collaboratori, ma anche a tutta la squadra, leader/coach incluso, e che non basta comunicarli e poi disinteressarsene. Inoltre, é rilevante rammentare che é il leader che risponde dei risultati direttamente ai suoi superiori e quindi nel caso non li raggiunga, in base al principio di responsabilità, non può imputare l’eventuale insuccesso a coloro coi quali condivide una missione.
Avevamo anche accennato al fatto che esistono obiettivi che sono più piacevoli da perseguire, a prescindere dagli ostacoli che si incontreranno lungo il percorso, semplicemente perché dentro di noi c'è qualcosa che ce li fa sentire "speciali" e quindi irresistibili.
Abbiamo ragionato su di essi ed abbiamo tratto spunti interessanti che ci hanno permesso di affermare che é la motivazione interiore, e aggiungiamo qui, anche la consapevolezza di sé e delle proprie capacità, a caratterizzarli come facili o difficili da perseguire.
Ma sulla strada che porta verso il loro conseguimento, ci sono delle persone che si relazionano gli uni alle altre e che comunicano.
Ora, concretamente, come avviene questa comunicazione?
Il primo mezzo che ci viene in mente é la parola.
La parola é quel “ponte” che rende possibile che tra individui possa avvenire uno scambio di informazioni.
Etimologicamente, comunicare deriva dal latino “communicare”, che a sua volta deriva da “cŭm” = insieme a, con, contemporaneamente a, e da “mœnīre”= (tra gli altri significati) rendere accessibile, aprire.
Quindi comunicare, vuol dire aprire il proprio mondo agli altri, mettere in comune le proprie idee, condividere le opinioni, ma anche manifestare agli altri le proprie scelte o decisioni.
Stavolta non ci addentreremo su questa modalità di comunicazione, sia perché non è strettamente legato al tema di questo numero, sia perché la letteratura, dai tempi di Cicerone in poi, è ricchissima di digressioni intorno all’arte dell’uso della parola, del parlare in pubblico, su come debba essere una comunicazione verbale chiara ed efficace.
Lo scopo di questo tipo di formazione sarebbe quello di far sì che il contenuto di un discorso venga ben compreso dai nostri interlocutori.
Purtroppo, come ben sappiamo, malgrado gli enormi sforzi fatti in questo campo, la comunicazione basata sul linguaggio continua ad essere caratterizzata da incomprensioni, equivoci e fraintendimenti di vario tipo.
Pensiamo per esempio quanta letteratura fonda il suo esistere sul "qui pro quo", e di come la storia si sviluppi intorno al percorso che porta prima al chiarimento dell’equivoco e poi al rappacificamento dei protagonisti.
Il motivo di ciò é che l'approccio alla comunicazione appena descritto fa appello unicamente all'aspetto logico/intellettuale che caratterizza il pensiero umano e per diventare buoni comunicatori é indispensabile approfondirle.
Ma esiste un tipo di comunicazione che avviene anche su un altro livello e che ha un’importanza non trascurabile.
E’ quella che si rivolge non tanto al lato razionale del cervello, ma a quella parte del mondo interiore dell’individuo, fatto di emozioni e sentimenti.
2.
Questo mondo, in passato non sufficientemente considerato, si sta’ facendo negli ultimi tempi sempre più strada.
Sul posto di lavoro, almeno ufficialmente, non c'è spazio per le emozioni, mentre nello sport per fortuna, questa consapevolezza ha fatto capolino già da tempo, perché qui più che in altri ambienti, é risultato evidente che solo dall'emozione può scaturire quel qualcosa in più che permette una prestazione eccezionale, oppure, quella resistenza senza la quale, non si potrebbero superare allenamenti durissimi.
Che ci sia un nesso molto stretto tra emozioni e motivazioni, lo evidenziamo dalla presenza, in entrambi, della parola latina “movere”.
Emozione deriva da “e” = da, subito dopo, a causa di, e da “mŏvēre”=muovere, ovvero, messo in moto a causa di….
Parimenti motivazione, deriva dal latino "motus" = moto, quindi, mettere in movimento.
Poiché si teme che le emozioni possano intaccare la prestazione lavorativa del singolo o che, turbando la sensibilità altrui, finiscano per influenzare il rendimento anche gli altri, esse di norma, vengono ignorate o tutt'al più, ritenute lecite all'interno dell'ambito privato.
Ma che ne siamo consapevoli o meno, esse sono ingrediente fondamentale della nostra esperienza, fanno intimamente parte di noi e sono presenti in ogni istante della nostra vita.
Ignorarle con l’intento di renderle inoffensive é inutile, anzi esse, quando non manifestate, operano dentro di noi come la lava che scava all'interno della terra e finendo per essere le vere cause, secondo alcuni studiosi, delle malattie psicosomatiche.
Ma prima o poi si manifestano e più tardi questo accade, più lo fanno in maniera eclatante, talvolta esplosiva. Pensiamo qui per esempio, ad un attacco di rabbia, o più semplicemente ad una crisi di pianto causata da un sentimento di dolore troppo a lungo represso.
Le emozioni sono una sorta di convitato di pietra.
Sono perennemente presenti, e benché agli occhi di molti non appaiono visibili, per coloro che hanno occhi per vedere, orecchie per sentire ed un cuore per commuoversi (nel senso etimologico della parola, ovvero, “cum”=assieme, nello stesso momento e “mŏvēre”=mettere in movimento), la loro manifestazione é evidente. Anzi in alcuni casi é addirittura assordante..
“Noi "gridiamo" quello che siamo.”
Uno degli assunti fondamentali della psicologia Junghiana.
Da queste premesse comprendiamo il motivo perché in alcune circostanze esse sono viste con sospetto sul luogo di lavoro, sia perché manifestano il nostro vero vissuto agli altri, come nel caso in cui lasciassero palesare disappunto per le scelte fatte dal leader, o più semplicemente perché spie rivelatrici di emozioni distruttive latenti come l'aggressività e che quindi potrebbero mettere a rischio l'integrità del gruppo.
Insomma secondo alcuni, le emozioni sul lavoro sono apportatrici di confusione che generano inefficienze, ostacoli alla comprensione reciproca ed allo svolgimento ordinato del lavoro.
Inoltre, vengono considerate come il vero antagonista del pensiero razionale.
Secondo la filosofia tradizionale infatti, vi era nei secoli passati una suddivisione netta tra l'attività meccanica del corpo e l’attività intellettuale del pensiero che ha conseguentemente influenzato in maniera sostanziale lo sviluppo del pensiero occidentale.
Questa concezione dicotomica che prevede che tutto sia classificato e suddiviso in due termini contrapposti, per esempio bene e male, caldo e freddo etc. ha fatto sì che la ragione ottenesse la supremazia sulle attività manuali, e contemporaneamente ha riservato alle emozioni un ruolo secondario.
Per tanto tempo, infatti, il mondo delle emozioni è stato reputato una cosa da bambini od al più tollerato con benevola indulgenza quando esso attiene al mondo femminile.
Per il resto veniva relegato al mondo etereo di poeti ed artisti.
Questa dialettica filosofica, nasceva da un bisogno interiore molto forte di placare l’ansia di vivere, causata da un mondo arretrato dal punto di vista tecnologico, e dove le malattie e le guerre rendevano la vita molto insicura, creando la speranza che la supremazia della ragione avrebbe un giorno portato progresso, benessere e serenità.
3.
Ora, quand'è che le emozioni cominciano a manifestarsi e quindi si sviluppano dentro di noi ?
Tutto ha inizio quando tra la madre ed il figlio appena nato si instaura una comunicazione basata non sul linguaggio verbale ma sullo scambio di sorrisi, occhiate e di mugolii di vario tipo, che a loro volta, non sono altro che il mezzo con il quale vengono manifestate all'esterno le emozioni.
Esse sono di vario tipo e vanno per esempio, dalla manifestazione del piacere di rivedere l’altro, il desiderio di ricercare un contatto visivo, il bisogno di mangiare, il compiacimento quando questo piacere viene soddisfatto, e così via.
E’ questo il primo linguaggio che ognuno di noi apprende ed é a tal punto universale che, quando un piccolo che nato e cresciuto viene poi adottato in un’altra nazione, tra la nuova madre ed il bimbo si instaura egualmente un'intesa affettiva.
Incidentalmente, cogliamo l’occasione per far notare che un’altro mezzo che comunica le emozioni é la musica, la quale, facendo appello proprio al linguaggio di comunicazione primordiale ed universale, ovvero quello delle emozioni, viene compresa in ogni parte del mondo, indipendentemente in quale epoca é stata composta o da quale paese proviene l'autore.
Amore, odio, attrazione, repulsione, piacere, disgusto, compiacimento, disprezzo, ammirazione, fastidio, stupore, terrore, serenità, rabbia, delirio di onnipotenza, senso di frustrante solitudine, pace, serenità, compassione, calma, nervosismo, comprensione, giudizio, attrazione, repulsione, desiderio di unione, vengono vissute da noi come vibrazioni che si propagano in tutto il corpo e tramite le espressioni del viso ed il linguaggio del corpo vengono trasmessi all'altro.
Ma le emozioni possono essere ascoltate solo da chi é capace di empatia, ovvero, da chi é in grado di provare gli stessi vissuti interiori dell’altro.
Dovremmo soffermarci un po' su questa dote assai importante.
4.
L’empatia consiste nel saper comprendere il mondo interiore dell'altro, di percepirne i moti interni, le sue emozioni ed i suoi sentimenti.
Tutto ciò che insomma, ben poco ha a che vedere con il mondo della logica e della razionalità.
Cominciamo con l'osservare che la capacità di sintonizzarsi sulle emozioni altrui é solitamente più sviluppata nelle donne che negli uomini perché, come abbiamo visto, é compito della madre prendersi cura di del bambino e quindi interpretare il suo linguaggio non verbale.
Ma anche gli uomini, non tutti in egual maniera, sono dotati di questa medesima capacità che é fondamentale per instaurare delle relazioni sociali soddisfacenti.
Perché, se da un lato é vero che per intraprendere una comunicazione efficace é determinante possedere l’abilità di parlare e di saper esporre le proprie idee in pubblico, d'altro lato, affinché essa sia anche persuasiva e convincente é necessario entrare in sintonia con l'universo del nostro interlocutore.
Ogni emozione è un messaggio, il nostro compito è ascoltare…
Gary Zukav (divulgatore scientifico e coach)
Gary Zukav (divulgatore scientifico e coach)
Per convincere un collaboratore o l’atleta, non é sufficiente studiare od elaborare tecniche di comunicazione verbali e "body languages" appropriati ad ogni situazione ma é anche necessario prendere coscienza che le dinamiche interne delle persone hanno un peso determinante, sia nella qualità della trasmissione, che nella comprensione del contenuto.
Perché esiste sempre un significato sottinteso che va al di là di quello che volevamo esprimere verbalmente e che viene percepito da ciascuno dei nostri interlocutori in maniera completamente diversa.
Infatti se é un dato di fatto ormai acquisito che durante la comunicazione verbale possano avvenire equivoci causati da interferenze esterne come il rumore (si dice per esempio capire "fischi per fiaschi"), meno riconosciuta é l'influenza che le emozioni hanno quando si tratta di attribuire al contenuto di una comunicazione un determinato significato.
Il detto "mai parlare di corda in casa dell'impiccato" significa proprio questo.
Un termine che per una persona rappresenta uno strumento di lavoro, per un'altra evoca emozioni legate a spensierati giochi infantili, mentre purtroppo, a qualcun'altro, potrebbero evocare fatti tragici legati alla sua vita familiare passata, facendo rivivere le stesse sensazioni di tristezza, di dolore e lutto che aveva vissuto a suo tempo.
Perché ad ogni parola associamo un'emozione e ciascuno di noi lo fa in maniera unica, in un modo che dipende dal proprio vissuto esperenziale.
E' grazie all'empatia se riusciamo a metterci in contatto con le vere motivazioni del nostro collaboratore e a far si che essa siano incanalate al servizio dell'obiettivo da perseguire.
Quando é il momento che le decisioni e le azioni prendano forma, i sentimenti contano almeno quanto il pensiero razionale e spesso anche di più.
D. Goleman (psicologo e scrittore)
5.
Ma esiste un'altro aspetto dell'empatia, che consiste nell'attitudine di saper ascoltare i sentimenti dentro di noi, per capire chi siamo veramente e che, quando questo ascolto é onesto e sincero, ci insegna ad essere più indulgenti sia nei confronti di noi stessi che degli altri.
L'indulgenza di cui stiamo parlando, non ha nulla a che vedere con il perdono.
L’indulgenza, da latino "in" = verso e "dulgere" che deriverebbe da "dulcis"= addolcire, invece, é quell'arte che consiste nel saper vedere negli altri, ed in se stessi, sempre il lato migliore.
Un primo effetto é che col tempo grazie ad essa, impariamo ad astenerci dal giudizio [ne avevamo parlato a proposito nel numero 246 di Nuova Atletica] ovvero, a comprendere che i nostri pensieri e le nostre azioni si fondano sempre su dei buoni motivi, che dipendono, ovviamente, dal proprio vissuto.
Questo tipo di consapevolezza che si acquisisce col tempo, ci permette di collaborare alla creazione di un ambiente sportivo o di lavoro, che sia produttivo, ma allo stesso tempo sereno.
A chi piace lavorare in un ambiente eccessivamente competitivo e perennemente sottoposto a stress di ogni genere?
Costruire e mantenere un clima emozionale positivo dovrebbe essere la prima preoccupazione di chiunque gestisca un team, sportivo o aziendale che sia.
P. Trabucchi (psicologo e sportivo, fondatore della teoria della resilienza nello sport)
Ma cosa significa in concreto?
Significa innanzitutto accettare l'altro per quello che é e nel contempo, prendendo consapevolezza che quando non ci piace qualcosa dell'altro in realtà stiamo criticando quegli aspetti del suo carattere che sono simili ai nostri e con i quali, o non abbiamo ancora fatto pace, o semplicemente, sono ancora sommersi nei meandri del nostro inconscio.
Per lungo tempo, si é creduto che bastasse acquisire una buona cultura generale per essere tolleranti, per accettare chi non é simile a noi anche da un punto di vista caratteriale.
In realtà dietro al rifiuto di accettare una persona o dietro al pregiudizio nei suoi confronti, non c'è solo un condizionamento culturale, ma anche e soprattutto un influenza esercitata dal mondo delle emozioni.
Anche se questo ragionamento può sembrare assurdo, ("come é possibile che dentro di me ci sia un aspetto che io detesto ? "), esso ci appare più comprensibile se pensiamo che, così come un diapason in quiete può risuonare sia nel caso in cui viene percosso, sia quando gli viene posto accanto uno che si trova già in stato di vibrazione, parimenti, quando qualcosa di indefinito che dell'altro ci dà particolarmente fastidio, significa che all'interno di noi convive un aspetto molto simile.
Tutto ciò che degli altri ci irrita può portarci alla comprensione di noi stessi.
C.G. Jung (psicoanalista)
E per capire in che modo le emozioni condizionino noi e come a causa di esse ci relazioniamo con gli altri, per esempio i nostri collaboratori/atleti, é importante iniziare una riflessione riguardo il proprio mondo interiore.
Anche quelli più oscuri, ovvero quelli che la psicoanalisi junghiana chiama la nostra "ombra", e che nella letteratura é descritta molto bene dalla figura del personaggio del romanzo “Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde” (dove Hide in inglese significa appunto, il signor "Nascosto").
L'uomo sano non tortura gli altri, in genere è chi è stato torturato che diventa torturatore.
C.G. Jung (psicoanalista)
Perché l’astensione dal giudizio, di cui abbiamo già più volte parlato come ingrediente cruciale del leader efficace, non é un concetto astratto, ma esso influisce sulla motivazione del collaboratore/atleta, perché anch'egli, e talvolta più di noi, é dotato di empatia e quindi “percepisce” l'incongruenza tra ciò che diciamo e come ci comportiamo e del nostro eventuale tentativo di manipolarlo, oppure la nostra ostilità o la diffidenza che manifestiamo nei suoi confronti, malgrado mettiamo in atto stratagemmi per dissimulare ciò.
Purtroppo, non é sufficiente frequentare un corso che ci insegna ad entrare in sintonia con l'altro, per esempio mediante tecniche di ricalco posturale, perché, se non siamo eccellenti attori, veniamo subito smascherati e tutto quello che diciamo perde credibilità.
Anzi, cogliamo l'occasione di osservare assieme a voi che, quand'anche fossimo dei professionisti della recitazione, saremmo costretti ad ammettere che i nostri rapporti con gli altri non sono basati sulla sincerità, ma sull'ipocrisia.
E quindi, estendendo il nostro ragionamento, dovremmo affermare che "in primis" non siamo onesti con noi stessi.
Quante volte diciamo di una persona, all'apparenza simpatica e gentile, che però "ha un qualcosa che non mi convince", oppure che ci appare "viscida", "costruita", "non genuina" od "inafferrabile" ?
Ci farebbe piacere se dicessero questo di noi?
Perché il linguaggio delle emozioni, che si manifesta tramite il linguaggio del corpo, ci tradisce sempre.
Dischiudere il nostro mondo interiore alla parte conscia di noi, ci aiuta a capire chi siamo veramente e quindi a scoprire che, sebbene ogni individuo sia unico e speciale, siamo tutti “guidati” dalle medesime leggi universali.
Ecco che iniziando a prestare ascolto alle nostre emozioni e a darle sempre più spazio, cominciamo ad acquisire un nuova consapevolezza e di conseguenza, apprendiamo quanto esse influenzino il modo in cui affrontiamo la vita e fino a che punto esse possono offuscare la nostra intelligenza.
Esse sono onnipresenti, scelgono per noi durante i nostri acquisti, ma ci influenzano anche nella scelta dei nostri fidanzati, del nostro lavoro e dei nostri studi.
Io non voglio essere alla mercé delle mie emozioni. Io le voglio usare, divertirmi con loro e dominarle.
Oscar Wilde (scrittore) - Il ritratto di Dorian Gray
6.
Abbiamo qui appena iniziato a scoprire che le emozioni sono un universo complesso ed articolato.
Non basta un breve testo come questo per spalancarne le porte, ne' la bibliografia qui annessa per intraprendere un cammino verso la scoperta dell'universo che si cela dentro di noi.
Fare questa ricerca é impegnativo, ma il risultato é sicuramente appagante.
E' vero, scendere negli abissi della nostra anima può darci inizialmente un senso di smarrimento.
E' comprensibile infatti, di aver paura di scoprire che da qualche parte dentro di noi si annidi un signor Hyde, tenuto a bada solo dall'educazione e dall'autocontrollo.
...ma forse non é detto che sia così...
Oppure di temere che esiste un aspetto del nostro carattere che possa essere sgradevole alla vista degli altri.
..ma in realtà, chissà se é veramente così..
Pensiamo per esempio a tutte le volte ci siamo stupiti di fronte all'affermazione di una persona che ci ha detto che ci trovava irresistibili proprio grazie a quegli aspetti della nostra personalità che a nostro giudizio parevano di poco conto, se non addirittura imbarazzanti.
Ma al ritorno dalla strada intrapresa, saremo totalmente rinnovati. (vi invitiamo ad osservare che non abbiamo usato consapevolmente il termine "cambiati")
“Γνῶθι σεαυτόν” - Conosci te stesso
Iscrizione ritrovata presso il tempio di Apollo a Delfi
C'è chi chiama questo percorso, un cammino in discesa, non nel senso che sia facile, invece nel senso che esso é più simile al percorso di uno speleologo all'interno della terra, ma che ha come premio finale, il dono dell'umiltà (etimol: dal latino "humilis = basso, che sta' sotto - e cogliemo l’occasione per far notare che per questo stesso motivo "humus" é usato come sinonimo di terra, mentre la parola “umorismo”, che ha la stessa radice, significa = saper vedere ciò che sta sotto).
Ma per umiltà, qui non intendiamo quell'attitudine autolesionista che farebbe di noi una persona che ha poca stima di se', non conscia del proprio valore e dei propri meriti, bensì l'aver acquisito la consapevolezza di chi, avendo compiuto un viaggio verso il centro della terra interiore, acquisisce una nuova dote: l'umanità.
Perché, come diceva Kets De Vries
Umiltà, Umanità e Umorismo, sono le vere doti di un leader.
Kets De Vries - Professore presso l'Harvard Business School e l'Università di Amsterdam
Bibliografia essenziale:
Aldo Carotenuto (1993): "I sotterranei dell'anima" - [Già il titolo ci fa intuire come dentro di noi ci sia un tesoro tutto da scoprire]
Aldo Carotenuto (1999): "Attraversare la vita" - [un testo che ci aiuta a comprendere le dinamiche che stanno sotto i nostri comportamenti e cosa nutre e soddisfa la nostra esistenza]
Aldo Carotenuto (2003): "Il tempo delle emozioni" - [Un trattato di facile lettura che ci interroga su cosa sono emozioni e sentimenti e come influenzano la nostra vita]
Marco Pacori (2003): "Come interpretare i messaggi del corpo" - [Quello che non diciamo con le parole, lo esprimiamo con il linguaggio del corpo. Testo affiancato da fotografie che ci aiutano a capire esattamente cosa intende l'autore]
Maurizio D'Ambra (2004): "Comunicazione e personalità - Come leggere le emozioni ed il carattere di noi stessi e degli altri, per persuadere nella vita sociale e nelle professioni"
Daniel Goleman (1996): "Intelligenza emotiva" - [probabilmente il primo autore ed il primo libro che denunciando i limiti della visione secondo cui l'intelligenza sia un concetto puramente legato al lato razionale dell'individuo e che spiega come siano le emozioni a condizionare in maniera determinante l'intelligenza e le motivazioni delle persone]
Daniel Goleman (1998): "Lavorare con intelligenza emotiva" - [é la continuazione del testo precedente con riferimenti espliciti al mondo del lavoro e dello sport]
Jerry Richardson (2004): "Introduzione alla PNL" - [é un testo introduttivo sulla tecnica del ricalco, ovvero entrare in sintonia con l'altro mediante l'uso consapevole del linguaggio del corpo]
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